RACCONTATECI! Storie del quartiere Vallette e di chi lo abita

Il film documentario: RACCONTATECI! Storie del quartiere Vallette e di chi lo abita”
Regia di Chiara Ottaviano 

E’ stato realizzato grazie al finanziamento ricevuto nell’ambito del Piano Nazionale Cinema per la Scuola di MIUR e MIBACT . Protagonisti dietro la telecamera sono stati le ragazze e i ragazzi dell’I.C. Turoldo, gli stessi coinvolti nel progetto QUI ABITO, fra i vincitori del bando AxTO della Città di Torino per la riqualificazione delle periferie.

Qui abito e Raccontateci sono stati riconosciuti nel 2021 come il miglior progetto di public history dall’AIPH-Associazione italiana di Public history.

 

CREDITS
E’ un film dell’ ISTITUTO COMPRENSIVO DAVIDE MARIA TUROLDO di Torino realizzato nell’ambito del Piano Nazionale Cinema per la Scuola del Miur-Mbact
E’ una produzione Cliomedia Officina-Cliomedia Public History,  Torino 2019
Regia Chiara Ottaviano

Montaggio Davis Alfano
Hanno collaborato Gianpaolo Fissore, Anna Moretto, Serafina Serra, Walter Tucci
Le interviste sono esito delle attività dei Laboratori di storia del progetto Qui abito

Hanno partecipato:
I RAGAZZI DELLA III B E DELLA III C: Oana Bracau, Chiara D’Amato, Simone Di Raimondo, Giuseppe Lotito, Greta Montoro, Emanuel Mukena, Alexandru Parpauta, Michele Pellizzari, Francesco Viapiana, Alessio Seferovic, Luca Vicari. Alessandro Agresta, Dennis Angilletta, Giorgia Bonino, Simone Cilenti, Giuseppe Marcello Corsaro, Karol De Tullio, Alessia Gabriella Dumitru, Claudio Stefano Gonzalez Ballena, Gabriele Letizia, Andrea Monfreda, Lillian Cristina Montano Trochez, Samir George Muller, Davide Orlando, Samuel Riganti, Shahini Renci.

LE INSEGNANTI: Chiara Bongiovanni (coordinatrice del progetto), Emma  Agostini, Maria Giuseppa Placida

LA DIRIGENTE SCOLASTICA: Anna Ruggiero

Si ringraziano: Assessorato alle Periferie del Comune di Torino, Circoscrizione 5 e Centro di Documentazione Storica, Archivio ATC

Dedicato a Pina Contini

NOTE DI REGIA DI CHIARA OTTAVIANO

Il bilancio dell’esperienza è sicuramente positivo da diversi punti di vista.

Il lavoro di preparazione che ha preceduto le interviste è stato molto serio. Per la scelta dei testimoni si è  tenuto conto della varietà di età e di genere, della permanenza nel quartiere da lungo o più breve tempo, dell’ occupazione svolta. Occasione di un serrato confronto è stata poi la preparazione di un canovaccio di domande, essenziale per l’avvio delle interviste e per mettere maggiormente a fuoco i temi intorno a cui poteva essere utile indagare.  Per quanto riguarda l’uso dei mezzi le esercitazioni in classe sono state guidate da un videomaker professionista. Alcuni locali della scuola sono diventati il set per le riprese e i ragazzi e le ragazze hanno potuto sperimentare a rotazione alcuni dei ruoli consueti in una troupe di ripresa (operatore, tecnico del suono, ciakkista, segretario di produzione), avvicendandosi anche nel ruolo di intervistatori. Hanno a tal punto conquistato autonomia che alcune testimonianze sono state raccolte, su loro iniziativa, a casa dei testimoni. Complessivamente sono state realizzate sedici interviste per un totale di circa trenta ore di registrazione audiovisiva.

Orgogliosi del loro ruolo, i più giovani hanno prestato un’attenzione del tutto inedita agli adulti che, a loro volta, si sono generosamente messi a loro disposizione, raccontando di sé in modo tutt’altro che formale, non sottraendosi dal rispondere anche a domande inaspettate. Le domande iniziali poste ai testimoni riguardavano l’incontro con il quartiere e soprattutto come si viveva alle Vallette quando loro erano bambini e poi ragazzi. Essere al centro della scena, di fronte a un gruppo di ragazzi impegnati nell’ascolto – il silenzio assoluto era imposto dalla necessità di registrare un buon audio- credo sia stato uno stimolo per superare timidezze e inibizioni per chi magari non è solito ottenere così tanta attenzione.

Molti i temi che hanno suscitato l’interesse dei più giovani come, per esempio, i giochi di strada oggi impraticabili per via delle auto che stabilmente ingombrano vie e cortili, il lavoro precoce, la frequentazione del cinema parrocchiale  ormai scomparso, la campagna vicina e i giochi pericolosi, gli anni del terrorismo e i problemi derivanti dalla vicinanza con il carcere di Torino, il flagello della droga negli anni ’80, ma anche la confessione dei sogni non realizzati, l’ammissione delle sconfitte subite, il senso di realismo per la conquista del lavoro, amato o meno.

Per me, invece, è stata particolarmente rilevante la coralità con cui i testimoni sembrano smentire l’idea che sia stata fallimentare quell’utopia urbanistica all’origine della progettazione del nuovo quartiere.

Gli intervistati che erano bambini negli anni ’60 e ’70 ricordano, per esempio, sia di avere goduto di una grande autonomia, liberi di scorazzare fra prati e cortili, sia di avere sempre vissuto sotto uno stretto controllo non tanto da parte dei genitori quanto degli adulti nel loro insieme, talmente frequenti e stretti erano i legami che univano le varie famiglie. Con la bella stagione poi, i genitori, uomini e donne, trascorrevano la serata chiacchierando in cortile. In altre ore della giornate i muretti di cinta erano il punto di incontro di decine e decine di giovani. Sul senso di identità che dava l’appartenenza al quartiere non possono poi esserci dubbi: tutti si sentono “vallettani”. I giovani vallettani difendevano i confini del loro quartiere da possibili intrusi, impedendo agli “esterni” di avvicinarsi alle ragazze del “loro” quartiere, esattamente come accadeva in altri più vecchi quartieri popolari della città. Fuori dalle Vallette si proteggevano l’un l’altro.  Erano ragazzi le cui famiglie provenivano da regioni diverse, in pochi si conoscevano prima dell’assegnazione della casa, eppure, nell’arco di qualche anno, avevano pienamente sviluppato dinamiche identitarie e di solidarietà. Magari mancavano alcuni servizi e i negozi di abbigliamento, ma non i luoghi di aggregazione: la sala cinematografica parrocchiale e i campi sportivi per tornei e allenamenti erano in piena attività.

Che cosa allora non ha funzionato? Perché il marchio delle Vallette come “ghetto”?  Anche su questo alcune testimonianze aiutano a comprendere meglio. «Ho scoperto Torino quando sono andato in prima superiore. E ho scoperto che noi eravamo discriminati». Così ricorda uno dei testimoni che a quel “discriminati” aggiunge poi: «ci temevano molto». Un altro che era stato operaio in Fiat,  “un capetto”, conferma gli stereotipi negativi pur negandoli. Con un pizzico di orgoglio ricorda che alla Fiat dicevano di stare attenti a quelli che venivano dalle Vallette «perché facevano paura». Nella percezione dei vari testimoni i vallettani erano dunque visti dall’esterno come un insieme di persone potenzialmente pericolose. Quel pregiudizio così negativo ha sicuramente contribuito a rafforzare in molti dei residenti il senso di appartenenza a una comunità la cui identità era rivendicata con fierezza.

Eppure con i miei compagni di classe ascoltavamo la stessa musica e ci piacevano gli stessi film”, così ricorda uno dei testimoni che in un quartiere di Torino centro va a frequentare un istituto superiore.  A Torino (dicono così, come se provenissero da un altrove!) quei ragazzi scoprivano fra i loro compagni di classe quanta differenza ci fosse, nonostante la condivisione di mode e gusti musicali, nelle capacità di spesa e consumo, nelle esperienze di viaggi  e di vacanze, nel capitale culturale delle famiglie. “Ho capito che Vallette erano un ghetto perché alle Vallette eravamo tutti uguali” è la conclusione di chi oggi ha con successo  sperimentato la mobilità sociale.

Sappiamo che l’omogeneità non era poi così assoluta.  Gli intervistati più anziani, soprattutto se ex impiegati statali e piccolo borghesi, in effetti non sottovalutavano le differenze di ceto fra gli abitanti del quartiere a partire dalle diverse categorie di assegnatari ma quelle differenze, invece, non sembrano  essere state percepite né all’esterno né  fra i giovani che a Vallette erano nati e che avevano frequentato insieme le scuole elementari e medie. Quella diffusa percezione di omogeneità (che poi era abbastanza sostanziale rispetto ai redditi delle famiglie non troppo diversi fra operai e impiegati) favoriva i rapporti sociali e le forme di mutuo soccorso e solidarietà di vicinato. Allo stesso tempo, però, la mancanza di occasioni di incontro e conoscenza fra persone con diverso background sociale, culturale ed economico faceva sì che il quartiere assumesse le caratteristiche del “ghetto” proletario.

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