SFILATRICI: ARTE, LAVORO E MEMORIA
Istituto scolastico: I.I.S. “G.B. Vico – R. Gagliardi – Umberto I” di Ragusa
Docenti: Livia Antoci e Filippa Daidone
Dirigente Scolastico: Nunziata Barone
Classi: 4^A e 4^B del Liceo Linguistico “G.B. Vico”
Tutor videomaker: Andrea Giannone
Gli alunni: Giada Agosta, Sebiana Amato, Eliana Aprile, Sofia Aprile, Aurora Armarrone, Francesca Antoci, Agnese Arcieri, Elide Cilia, Alessio Dantoni, Giada Distefano, Mannal El Hachimi, Lucas Gasperi, Fabrizio Giampiccolo, Giorgia Gianchino, Giuseppe Incardona, Alessia Italia, Natalia Kolonjari, Giorgia Lacognata, Lamis Mahouachi, Miriana Meli Lo Monaco, Stella Montante, Sofia Muriana, Giulia Nativo, Mattia Nicita, Marco Oliveri, Martinia Potenza, Vittoria Presti Flavia Ragusa, Rebecca Sallemi, Enrico Scalone, Federica Santoro, Medina Subashi, Sanije Xhihani
DESCRIZIONE DEL PROGETTO
Il tema. Sfilatrici: arte, lavoro e memoria
Il progetto nasce dal tentativo di recuperare e valorizzare una tradizione lavorativa e artistica femminile profondamente radicata nel territorio ragusano nella prima metà del Novecento: la produzione di lavori di sfilato siciliano. Tra gli anni Trenta e Sessanta, l’attività delle sfilatrici ha rappresentato una forma diffusa di lavoro a domicilio, spesso invisibile, ma centrale per l’economia familiare e per i primi processi di autonomia ed emancipazione delle donne.
Articolazione del progetto
Con la nostra ricerca abbiamo cercato di ricostruire le caratteristiche del lavoro delle sfilatrici ragusane, restituire dignità storica a un’attività spesso sottopagata, comprendere il ruolo del lavoro femminile nella società locale della prima metà del Novecento e riflettere sulla fine di una tradizione artigianale di grande pregio. I dati e le testimonianze raccolte si articolano nei seguenti nuclei tematici:
- Il lavoro dello sfilato siciliano nel territorio ragusano ha avuto una diffusione ampia e capillare, che ha coinvolto diverse aree, radicandosi profondamente sia nelle famiglie, sia nelle comunità locali. Questa attività non era, infatti, limitata a pochi centri specializzati, ma si intrecciava con la vita quotidiana di molte donne, diventando una componente significativa dell’economia domestica e della cultura materiale del territorio;
- L’organizzazione del lavoro si basava principalmente su forme di impiego a domicilio, in cui le ricamatrici operavano nelle proprie case. Le commesse provenivano sia da contesti locali sia da circuiti più ampi, sovralocali, creando una rete di scambi che collegava il territorio ragusano ad altri mercati. I tempi di lavorazione erano spesso lunghi e scanditi da ritmi flessibili ma intensi, mentre i compensi risultavano variabili e generalmente modesti, riflettendo la natura artigianale e frammentata della produzione.
Un ruolo fondamentale era svolto dall’apprendistato e dalla trasmissione del sapere, che avvenivano in modo informale all’interno della famiglia. Le competenze venivano tramandate, soprattutto, dalle madri e dalle nonne, inserite in più ampie reti femminili che costituivano il principale canale di formazione e continuità della tradizione.
Con il tempo, queste pratiche assunsero anche caratteristiche proto-industriali, evolvendo verso forme di organizzazione produttiva più strutturate, pur mantenendo la dimensione domestica. Si svilupparono rapporti con mercati e intermediari che contribuivano a collegare la produzione locale a circuiti economici più ampi, anticipando in parte dinamiche tipiche dell’industria a domicilio.
Il ricamo ebbe anche un importante significato sociale, rappresentando una forma di contributo economico da parte delle donne e incidendo sul loro status all’interno della comunità. In alcuni casi, i manufatti costituivano veri e propri status symbol, mentre il lavoro femminile garantiva una certa autonomia e riconoscimento, pur rimanendo entro limiti sociali e culturali ben definiti.
Dal punto di vista estetico, i prodotti si distinguevano per la loro qualità artistica: tecniche raffinate, materiali accuratamente scelti e motivi decorativi elaborati conferivano ai manufatti un elevato valore artigianale e ornamentale, rendendoli espressione di grande competenza manuale e sensibilità estetica.
Infine, questa tradizione ha conosciuto una fase di declino, dovuta a una combinazione di fattori economici e sociali. L’industrializzazione e i profondi cambiamenti culturali hanno progressivamente ridotto la centralità dei lavori di sfilato, portando alla perdita di molte competenze e alla trasformazione delle pratiche produttive. Oggi rimane, comunque, una memoria, ancora molto viva, di una tradizione un tempo centrale nella vita sociale ed economica del territorio e restano poche, ma alcune appassionate sfilatrici che continuano a conoscere e a praticare quest’arte.
I testimoni
Per la realizzazione del documentario sono state fondamentali le interviste a testimoni dirette ed indirette.
La preside Nunziata Barone e la prof.ssa Silvia Micieli hanno fornito un contributo fondamentale perché figlie di sfilatrici e disegnatrici. La sig. Maria Grazia Bocchieri ha incontrato gli studenti a cui ha narrato la storia di quattro generazioni di sfilatrici della sua famiglia. La signora Maria Tumino ci ha raccontato la sua passione per il disegno e la sua attività di disegnatrice per ricami in sfilato e non. La signora Maria Diquattro, infine, ci ha mostrato la complessità del lavoro delle sfilatrici, guidandoci attraverso le diverse fasi che scandiscono, dal disegno, alla sfilatura del tessuto, alla realizzazione del ricamo. Con grande perizia ci ha spiegato e mostrato su un piccolo telaio le diverse tipologie di sfilato, evidenziando le differenze tra “cinquecento”, “settecento” e altro, mentre ci faceva vedere quanto ha realizzato nel corso degli anni per la sua famiglia.
Valutazione dell’esperienza
Il progetto di ricerca sulle sfilatrici ragusane si è rivelato un’esperienza altamente formativa e coinvolgente per gli studenti. L’incontro diretto con le testimoni di questa antica arte ha reso lo studio vivo e significativo, rafforzando il legame con il territorio. Il confronto diretto con chi continua quest’arte ha reso l’esperienza di studio concreta, viva e profondamente partecipata. Il percorso si configura come un valido esempio di didattica attiva, capace di valorizzare la memoria e il contributo delle donne nella storia del territorio.
Ringraziamenti: Prof.ssa Nunziata Barone, preside dell’I.I.S. “G.B. Vico – R. Gagliardi – Umberto I” di Ragusa, Prof.ssa Silvia Micieli, docente del Liceo Classico “G.B. Vico” di Ragusa, Sig.ra Maria Grazia Bocchieri, Sig.ra Maria Diquattro, Sig.ra Maria Tumino, Sig.ra Mariella Cafiso.
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